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Recensioni
L'APPARTAMENTO E' OCCUPATO (LE SQUAT!)
a cura di Simona
Carlucci
Mettere in scena film celebri, si sa, rappresenta un bel rischio.
Qual è allora l’elemento
irrinunciabile che l’ha portata a scegliere Sinfonia d’autunno?
Non si smette mai di essere genitori e
figli”. In questa frase di Eva, la figlia che cerca una
via d’uscita dal conflitto con la madre Charlotte, c’è la ragione e la
necessità di portare a
teatro Sinfonia d’autunno: riflettere sul ruolo di figlio che appartiene
a tutti e su quello di
genitore che appartiene a molti. Sinfonia è però anche una riflessione
sull’artista e sul suo
rapporto con l’Assoluto che spesso entra in conflitto con il quotidiano:
Charlotte, infatti, è
madre, ma è anche un’affermata pianista e la distanza che si è creata
tra lei e le figlie deriva
in parte dalla sua carriera, dal suo bisogno di esprimersi attraverso la
musica. Indagare sul
rapporto tra Eva e Charlotte, come fa Bergman, conduce inevitabilmente a
chiedersi quale
sia la cosa giusta da fare in quanto persone in ogni momento della vita.
A chi
apparteniamo? Quale assunzione di responsabilità comporta il divenire
adulti? Quanto è
necessario? Il teatro è anche il luogo ideale per sollevare
interrogativi, ancor più in un
periodo in cui sembra dominare una sorta di fuga collettiva da se stessi
e dalle ragioni del
proprio essere nel mondo. Da sempre cerco di occuparmi di un “teatro del
presente” e
questo testo mi è parso necessario a questo nostro tempo.
Nella sceneggiatura c’è un
personaggio – Helena, l’altra figlia di Charlotte, da lei lasciata
in un istituto per portatori di handicap, che poi Eva decide di prendere
con sé - che nella
sua riduzione non compare…
Ho voluto concentrare l’attenzione sui
due personaggi principali – Charlotte ed Eva - per
rendere più chiaro e incisivo lo scontro dialettico tra di loro. Il
personaggio di Helena è
comunque presente e vivo, nello spettacolo, attraverso le parole della
sorella e della madre.
La sua “assenza” offre a Eva argomenti più violenti nel confronto con
Charlotte, rende il
meccanismo teatrale più netto e - aspetto non certo secondario - evita
il rischio di cadere
nel melò, rischio che nel racconto cinematografico può essere più
facilmente evitato.
La vicenda di un rapporto
tormentato tra madre e figlia viene letto da una sensibilità
maschile. Non è singolare?
Bergman è sempre stato attratto dal
mistero dell’universo femminile. A me interessano le dinamiche, i
conflitti dell’animo umano. Trovo le donne meno schematiche degli
uomini, e la loro complessità ha molto a che vedere, secondo me, col
fatto che sono generatrici di vita, mentre noi maschi siamo più spesso
portatori di morte. Il mistero del “femminile” è correlato per me col
mistero della vita stessa. Sono catturato, quasi ipnotizzato, da questo
scontro profondo, ancestrale, tra chi ha dato la vita e chi ne chiede
conto.
Sinfonia d’autunno è intriso, come
tutto Bergman, di profonda religiosità. Lei, in quanto
laico, come traduce questo elemento e come pensa possa parlare oggi al
pubblico?
La religiosità ha a che fare con il
mistero. Io sono affascinato dal mistero - della vita, della
morte – e cerco, attraverso il teatro, di avvicinarmi alla conoscenza
profonda del nostro
essere uomini. Come ci ha definitivamente insegnato il teatro greco, noi
facciamo nostre
catarticamente le ragioni, le pulsioni, il dolore dei personaggi e così
entriamo in noi stessi.
E’ un percorso intriso di religiosità e di dubbi. Scrive T.S.Eliot: “ La
concentrazione di
passato e futuro intrecciati nella debolezza del corpo che cambia,
proteggono l’umanità dal
cielo. E dalla dannazione che la carne non può sopportare”. Tutto questo
ci riguarda, così
come riguarda le due protagoniste di Sinfonia d’autunno.
Due attrici di forte personalità
come Rossella Falk e Maddalena Crippa. Quanto spazio
hanno nella costruzione del loro personaggio?
Le attrici sono state scelte perché già
espressione di quei tipi di personalità. Hanno avuto la
più ampia libertà nell’avvicinarsi a Charlotte ed Eva e costruire i
rispettivi personaggi. Il mio
compito è aiutarle a trovare la strada e la misura per dare il massimo
risultato. Il testo di
Bergman è chiarissimo sia nelle dinamiche che nei significati; le
personalità di Rossella e
Maddalena vi aggiungono quei significanti che solo due grandi attrici
possono regalarci.
Quale ruolo è affidato alle musiche
e quali sono stati i criteri di scelta?
Ho lavorato sulle suggestioni maturate
dal testo. Si va dal preludio n.2 di Chopin agli studi per
piano solo di Edward Grieg - artista fortemente legato alla tradizione
del mondo nordico – alle
composizioni originali di Stefano Saletti, che bene si inseriscono nel
tessuto emotivo del testo,
segnando i rapporti tra le due protagoniste. La musica all’inizio
esprime il dolore per
un’infanzia negata, fortemente sognata, poi sottolinea la violenza dello
scontro in atto e infine
restituisce il sentimento di una riconciliazione caparbiamente
inseguita.
Com’è ambientata scenograficamente
la vicenda?
La scena concepita da Aldo Buti è un
grande spazio bianco, stanza della mente di Eva, dove
abitano le sue paure ed angosce, dove l’incontro con la madre è stato
tanto atteso e forse altre
volte vissuto . E’ anche, però, l’evocazione di un paesaggio nordico
intriso di quella
lattiginosa nebbia dove tutto acquista contorni indefiniti e che, al
tempo stesso, esalta il colore
e ogni minima vibrazione di luce. In questo bianco abbagliante si
materializzano di volta in
volta gli ambienti. Un ring sul quale due donne e un osservatore –
Victor, marito di Eva – si
affrontano, discutono e si dilaniano in attesa di un necessario perdono. |