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  Estratti di Stampa

GIULIO CESARE o della congiura

Da Edipo a Giulio Cesare indagine sulle tenebre dell’uomo

(…) Per la prima volta a Tindari abbiamo uno Shakespeare che rivela una intramontabile modernità

(La Repubblica, 18 maggio 2008, Marco Oliveri).

Uomini schiacciati dall’avidità del potere
Quante analogie fra il dramma dell’antica Roma e l’universo politico contemporaneo

(…) Possente sceneggiatura di fatti storici, convenientemente sfrondata, rappresentata con successo a Tindari, con notevole dignità di impianto strutturale, di recitazione e di coerenza interna.

Un apprezzabile cast di attori, diretto da Maurizio Panici, ha fatto di questo capolavoro un interessante spettacolo di azione, di pensiero e di riflessioni. Edoardo Siravo ha dato al suo Marco Antonio quel taglio psicologico equivoco, un  po’ machiavellico e un po’ cinico (…) il famoso elogio funebre di Cesare, Siravo lo carica di una lapidaria irruenza, di una forza oratoria tanto teatralmente efficace quanto eticamente sfuggente. Leandro Amato(…) si muove sulla scena con sicurezza e padronanza di mezzi espressivi. E così pure Massimo Reale nel personaggio di Cassio (…) una bella prova teatrale la sua(…). A questi ruoli centrali si affiancano con pari spessore professionale quelli di Andrea Bacci e Gigi Palla.

(…) Della regia di Panici va evidenziata l’analogia del dramma romano con il turbinio e le inquietudini dell’universo politico contemporaneo. (…) Contestualmente alla singolarità del teatro greco le scene di Francesco Ghisu.

(Gazzetta del Sud, 27 maggio 2008, Salvatore Di Fazio)

Giulio Cesare, se il potere è malattia

All’inizio tirano di fioretto il Cassio di Massimo Reale e il Bruto di Leandro Amato in questa essenziale e rigorosa messinscena di Maurizio Panici del Giulio Cesare di Shakespeare. E mentre i due duellano, quasi per vezzo, in abiti militari riconducibili ai nostri giorni (costumi di Marina Luxardo) su uno spazio dai colori grigi e rossa – Magenta (scena di Francesco Ghisu), a metà tra una palestra e un’aula di parlamento, sul cui scranno centrale si possono leggere tre parole malate liberty, freedom, enfranchisement, i due schermidori esprimono i loro timori per le sorti della libera repubblica romana. Timori che potranno cessare solo uccidendo Cesare (in vestito bianco – spalline dorate – cravatta rossa, un autorevole Renato Campese) in una congiura che avrà il suo culmine alle Idi di marzo quando il dittatore si buscherà 33 coltellate, qui inflitte da un quartetto di morte capitanato da Bruto e Cassio, da Cinna (Andrea Bacci) e Casca (Gigi Palla) coperti dai classici caschi degli schermidori. Una morte preconizzata in sogno dalla moglie Calpurnia, che non apparirà in scena, come non apparirà in scena alcuna donna in questa versione di Panici. I cospiratori lo uccideranno in nome d’una libertà e d’una pace che si riveleranno utopie, idee perdenti che naufragheranno di lì a poco perché i galli nel pollaio sono troppi e il potere logora chi non ce l’ha. Si rivedranno tutti a Filippi, in un agone a quattro, qui sintetizzato da colpi di fioretto, che raggiungerà il suo culmine col suicidio di Bruto e Cassio e con Ottaviano (lo stesso Panici, quasi un militare della rivoluzione bolscevica) e Marc’Antonio che prenderanno le redini del potere. Di grande effetto drammatico le musiche di Marco Betta e molto applaudito il discorso astratto di Bruto quando giustificherà il suo operato davanti a un popolo che lo acclamerà ugualmente come salvatore della patria, mentre l’orazione funebre di Marc’Antonio, invero un po’ ruffiana, declamata da un possente e convincente Edoardo Siravo in abito nero e cravatta rossa, infiammerà gli animi nel rievocare generosità e valore dell’ucciso e in particolare quando indicherà lo squarcio nel mantello di Cesare inferto dal figlio “il più crudele colpo di tutti”.

(Giornale di Sicilia, 27 maggio 2008, GI.GI.- Gigi Giacobbe)

“Cesare”, la politica terra di conflitti

Quando un popolo si abitua alla violenza e agli abusi non riesce più a trovare il senso della convivenza civile. Così alla fine del Cinquecento amaramente annotava Shakespeare nel suo Julius Caesar, presagendo analoghi orrori per tutte le civiltà avvilite dalla faziosità, dallo scontro, dalla violenza. Quando questi accenti sono risuonati nell’antica cavea del teatro affacciato sul mare di Milazzo un fremito ha percorso l’uditorio sempre più folto del Teatro dei due Mari: quel monito va oltre lo spettacolo, oltre la letteratura: è il senso della civiltà. Il regista Maurizio Panici, autore dell’adattamento  e della traduzione aderentissima al testa, ma senza retorici fronzoli, insiste sul concetto politico, inscrivendo in lettere capitali sul lineare impianto scenico di Francesco Ghisu, il trinomio scespiriano della democrazia: Liberty, freedom, enfranchisement., gridato da Cassio sulla radice latina, sassone e francese della civiltà inglese, paramento spesso solo esteriore per coprire interiore abusi: quanti giustificano i torti appellandosi alla giustizia suprema?

Tema di straziante dibattito, che coinvolge immediatamente lo spettatore, lo fa riflettere sulle apparenze e le realtà di chi governa e di chi si oppone. L’analisi esposta contro il dittatore romano vale per i regimi assoluti di ogni tempo. Le inutili pretese dei cesaricidi si riconoscono nei proclami dei demagoghi di ogni età.

Questo allestimento va dritto al problema. I costumi di Marina Luxardo aggiungono una toga posticcia agli abiti civili o militari di oggi (efficacissima commistione che subito chiarisce lo scopo); la vasta orditura elisabettiana viene ridotta alle linee essenziali. Eliminati i ruoli di contorno e i ruoli femminili in questo che è un dramma marziale.

La scelta del cast è adeguata alle ideologie dei personaggi. Edoardo Siravo è un Marco Antonio epico, che non ha bisogno di retorica per fare vibrare le emozioni civili e gli affetti sinceri. Quando parla degli honourable men che hanno rovinato Roma, un fremito percorre l’uditorio pensando ad altri onorevoli. Qui il teatro diventa sublime studio della politica. Di contro la tormentata ideologia dell’intellettuale Bruto è rivestita di forza inflessibile da Leandro Amato, che ne fa vivere l’eroico epilogo nel finale suicidio. Forti, accesi, i caratteri dei rivoluzionari Cassio (Massimo Reale) e Casca (Gigi Palla), variegati di sfumature politiche quelli di Ottaviano (Maurizio Panici), Cinna (Andrea Bacci) e soprattutto di Cesare al quale Renato Campese aggiunge  le annotazioni di miope vanità dell’uomo di potere che si crede onnipotente dimenticando che può essere fermato da un coltello. Insomma è un lavoro che tocca le corde dell’umanità politicamente associata, che plutarchianamente ispira grandi ideali e abbatte molti monumenti. Il pubblico, non importa se giovane o meno, è stato trascinato da queste analisi sulla politica e sulla violenza in politica ed ha applaudito lungamente come il Populus Romanus evocato in scena. E’ un merito che non finiremo mai di elogiare nel Teatro dei due Mari che sa fa rivivere i classici come specchio morale per il presente.

(La Sicilia, domenica 8 giugno, Sergio Sciacca)

 

 

 

 

 

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