Nel nome della protagonista - Maria Magdalena - è già
segnato il percorso umano e artistico che per decenni e fino ai
nostri giorni, ha sollecitato l’immaginario collettivo, consegnando
al mondo l’icona di una bellezza prima ferocemente costruita e poi
tenacemente mantenuta fino all’inevitabile declino.
Di questa discesa il testo di Manfridi è testimonianza.
Marlene
è una “via crucis” dolorosa, che parallelamente all’alimentarsi del
mito fa sprofondare la protagonista nelle pieghe più “umanamente
degradate” : i rapporti con gli uomini, gli innumerevoli amanti , un
marito che rimane sempre sullo sfondo, una figlia che si occupa di
lei fino alla fine ma con cui ha un legame difficile.
Sullo sfondo si muove la Storia che cambierà l’ordine naturale delle
cose: Marlene l’attraversa cercando comunque di proteggere il suo
mito, essendo la prima icona moderna consegnata alla nostra
inesauribile e insaziabile voglia di eterna bellezza attraverso le
luci e le ombre create dal suo “mefistofelico” amante e mentore
Joseph Von Sternberg.
Marlene
come una riflessione sulla necessità di creare “miti” ma anche,
soprattutto, la storia di una donna fragile/indistruttibile,
sezionata nei suoi affetti, nei suoi rapporti, che impietosamente si
mostra nella sua terribile alterità fino alla consegna finale
attraverso uno struggente e infinito piano sequenza diretto dal suo
maestro di sempre.
Un testo, questo di Manfridi, nella grande tradizione nordica che
comincia con August Strindberg e arriva fino a Ingmar Bergman.
Le canzoni saranno il filo rosso di questo spettacolo, per
ricomporre pienamente il quadro di un’epoca fortemente dolorosa,
segnata dalla guerra da cui disperatamente si cercava una via di
uscita.
La scena
è uno spazio mentale della memoria dove la protagonista ritrova le
figure più importanti della sua vita in una “danza di morte” di
strindberghiana memoria.
Maurizio Panici